Venere potrebbe essere definito un pianeta schivo: la sua superficie è, infatti, molto difficile da osservare a causa della spessa atmosfera.
Le sue dimensioni e massa sono simili a quelle della Terra, così è probabile che possieda una fonte interna di calore proprio come il nostro pianeta.
Questo calore deve essere sfuggito in qualche modo, magari sotto forma di eruzioni vulcaniche. D'altra parte i radar delle sonde che lo hanno visitato hanno mostrato un mondo caratterizzato da vulcani ed antiche colate laviche.
Alcuni modelli ipotizzano, anche, che Venere sia stato completamente rimodellato da un diluvio catastrofico di lava circa mezzo miliardo di anni fa ma il suo vulcanesimo moderno è sempre rimasto in discussione.

La sonda dell'ESA Venus Express, che ha concluso la sua missione a gennaio 2015, ha studiato il pianeta per otto anni a diverse lunghezze d'onda per riuscire ad affrontare la questione.

Uno studio pubblicato nel 2010, segnalava che la radiazione infrarossa proveniente da tre regioni vulcaniche era differente da quella dal terreno circostante. Questi spot furono interpretati come flussi di lava relativamente recenti, ancora non influenzati dalle intemperie. Furono datati a 2,5 milioni di anni ma la ricerca fu in grado di stabile se fossero eventi attivi ancora oggi.
Ulteriori prove furono trovate nel 2012, quando fu identificato un forte aumento dell'anidride solforosa nell'atmosfera superiore avvenuto tra il 2006 ed il 2007, con una graduale diminuzione nei cinque anni seguenti. Il fenomeno osservato poteva essere la conseguenza di una diversa circolazione dei venti ma l'ipotesi più intrigante era che, episodi vulcanici in corso, stessero rilasciando grandi quantità di biossido di zolfo in atmosfera.

Ora, grazie al canale nel vicino infrarosso della Venus Monitoring Camera (VMC), in grado di crearsi "un varco" tra le nuvole e mappare l'emissione termica della superficie, i ricercatori hanno scoperto dei cambiamenti in luminosità localizzati tra immagini scattate a pochi giorni di distanza l'una dall'altra.

"Abbiamo visto molti eventi in cui i punti in superficie diventano molto caldi e poi si raffreddano di nuovo", ha detto Eugene Shalygin del Max Planck Institute for Solar System Research (MPS) in Germania, autore principale del documento pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters.

"Questi quattro punti caldi si trovano in zone note per essere di rift [fratture tettoniche] ma questa è la prima volta in cui li abbiamo visti caldi e cambiare temperatura ogni giorno. E' la prova più allettante per il vulcanesimo attivo trovata finora".

Le regioni interessate sono Ganiki Chasma, già considerata una zona geologicamente recente, Ozza Mons e Maat Mons, aree dove spaccature in superficie potrebbero consentire la risalita del magma da sotto la crosta.

Ganiki Chasma rift

Ganiki Chasma rift - cambiamenti di luminosità
Copyright From E. Shalygin et al (2015)

"Queste osservazioni erano al limite della capacità del veicolo spaziale", ha spiegato il co-autore dello studio Wojciech Markiewicz. La VMC doveva fare i conti con le nuvole, mentre i punti caldi  potevano essere anche molto piccoli rispetto alle aree di 100 chilometri di diametro monitorate costantemente. Ad esempio, il team ha stimato che l'"Object A" è una caratteristica di appena un chilometri quadrato, con una temperatura di 830° C, molto più alta rispetto alla media globale di 480 ° C.

 

Press release:
- http://www.esa.int/Our_Activities/Space_Science/Venus_Express/Hot_lava_flows_discovered_on_Venus